Finanziaria 2007


Il Financial Times pubblica le sue pagelle sulle performance dei ministri delle finanze europei. Secondo il prestigioso giornale finanziario Padoa Schioppa è all’ultimo posto!
La motivazione di questa poco invidiabile posizione è questa: “Ha deluso le imprese e si è avvalso di trucchi contabili, ma probabilmente riuscirà a tagliare il deficit.”
Le pagelle degli altri ministri europei le trovate qui.

E’ l’ennesima doccia fredda sul governo Prodi e la sua finanziaria dopo i dubbi di Draghi e l’abbassamento del rating da parte di Fitch e Standard and Poor’s. Oggi, poi, è stata la volta di Andreotti a dichiarare che probabilmente non voterà la finanziaria e lo stesso D’alema si è lamentato per i ”Troppi tagli alla Farnesina”.
Non sarà che il governo Prodi ha, oramai, i giorni contati?

Mario Draghi, inizia la sua audizione sulla Finanziaria di fronte alle commissioni Bilancio di Camera e Senato a Montecitorio. Un’audizione attesa, che consegna al Parlamento un giudizio scrupoloso sulla prossima manovra di finanza pubblica di cui riconosce impegni e sforzi per centrare gli obiettivi sui conti ma anche aspetti problematici nelle modalità scelte dal governo per recuperare le risorse.

Draghi stigmatizza quello che è il punto debole della manovra: le entrate. “In un’ottica di medio e lungo termine- dice Draghi – la manovra presenta alcuni aspetti problematici. La correzione, in termini netti, è affidata interamente ad aumenti delle entrate. Questa scelta riflette anche la maggiore rigidità della spesa nel breve periodo”.

La Finanziaria, prevede la Banca d’Italia, dovrebbe determinare per il secondo anno consecutivo un aumento del peso delle entrate sul prodotto: “Dopo l’innalzamento di 0,8 punti atteso per il 2006, nel 2007 si potrebbe registrare un aumento superiore a mezzo punto percentuale. La pressione fiscale si porterebbe in prossimità dei livelli più elevati registrati in passato nel nostro Paese”.

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Anche Fitch ha declassato il grado di affidabilità del debito pubblico italiano. Standard & Poor’s e Fitch sono due delle maggiori agenzie di rating internazionali.
Il rating a lungo termine di Fitch è passato dalla “AA” alla “AA-“.

Il giudizio delle due agenzie di rating è la coseguenza della nuova manovra finanziaria prodiana che da queste stesse agenzie è stata definita “poco credibile” e “inadeguata” a risolvere i problemi del Paese.

Il declassamento è avvenuto perché la manovra è deludente, non mantiene le promesse di tagli contenute nel Dpef ed il trasferimento del Tfr dalle imprese all’Inps è giudicato, a ragione, un prestito, che non riduce il deficit. L’analisi di Standard & Poor’s e Fitch è impietosa ed evidenzia in modo particolare l’assenza di riforme strutturali soprattutto in materia di sanità e pensioni.

25 Ottobre 2006 – Standard & Poor’s ha declassato il grado di affidabilità del debito italiano.
Con questo declassamento il rating a lungo termine di Standard & Poor’s ha subito una retrocessione dalla “AA-” alla A+”. Il giudizio è basato su motivazioni tecniche e rigorose che tengono conto del modo con cui la Finanziaria 2007 è stata costruita.

Mentre in Italia imperversano le polemiche sulla finanziaria di Prodi, noi vogliamo ricordare una polemica in corso un anno fa quando era il centrosinistra che protestava compatto contro i tagli dei contributi statali al cinema operati dalla finanziaria di Berlusconi.

Riportamo un articolo pubblicato su un blog apparso su Libero.it incentrato su tutti i miracolati che hanno usufruito dei contributi a cominciare dal noto comico toscano.

 

 

E l’Oscar della vergogna va a… Robberto!

 
Benigni si indigna per i tagli dei finanziamenti al cinema italiano, eppure il comico toscano ha intascato ben 5 milioni di euro per realizzare lo squallido “Pinocchio”
 
 
 di Giordano

La Legge Finanziaria varata la scorsa settimana dal Consiglio dei Ministri, e ora all’esame del Parlamento, ha stabilito un taglio al Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) di circa 164 milioni di euro all’anno, per i prossimi tre anni. Il finanziamento del FUS scende così a circa 300 milioni di euro l’anno. I finanziamenti al cinema scendono di conseguenza da 84 a 50 milioni di euro.

Nella giornata di venerdì 15 settembre, per protesta contro il provvedimento di Tremonti, i teatri e i cinema sono rimasti chiusi per 24 ore e attori, registi, cantanti e musicisti hanno scioperato. Curiosamente sono state chiuse anche le sale di proprietà del capo del governo (targate Medusa, 120 schermi in tutta Italia) e le anteprime in uscita, programmate proprio per venerdì, sono slittate di un giorno. Tra queste, anche l’atteso “La tigre e la neve” di Roberto Benigni che si è posto subito come paladino a difesa della nobile arte che egli stesso rappresenta.
Le ragioni degli addetti ai lavori che operano nelle arti istantanee, come il teatro, il balletto o l’opera, hanno tutta la mia comprensione essendo anch’io un musicista praticante, consapevole delle difficoltà cui vanno incontro i miei “colleghi”. Comprendo meno tutti coloro che s’indignano per i tagli al cinema. Tagli operati ad un meccanismo inutile e perverso come il finanziamento pubblico ai film italiani.

I finanziamenti pubblici al cinema nascono nel ’65 con lo scopo di dare un sostegno all’esordiente di talento coprendo il 90% delle spese di realizzazione. Il film ha l’obbligo di restituire i soldi solo se raggiunge la cifra al botteghino. La legge stabiliva che si potessero finanziare fino ad un massimo di 20 opere prime. Non c’è mai stato un anno in cui i lavori meritevoli fossero di meno. Nel ’94 autori e produttori hanno chiesto di allargare il finanziamento anche a film che, secondo una commissione di esperti nominata dal Ministro per i beni culturali, possano essere di interesse culturale nazionale. In questa categoria non è più stabilito un limite nella scelta delle opere.

Ogni anno in Italia sono circa 30 i film finanziati con denaro pubblico che non escono in sala. Molto spesso, in corrispondenza di questi 30 film, vengono create 30 società che falliscono alla fine della realizzazione. I finanziamenti dovrebbero incoraggiare i giovani registi e gli esordienti ma spesso i soldi dello Stato vanno anche a registi famosi, come Scola, Tinto Brass, Monicelli, Dario Argento, Nina Wertmuller, Antonioni, o Pupi Avati.

Un film costa mediamente 3 milioni di euro e il produttore incassa il 27% del prezzo del biglietto. Il film, per ripianare il finanziamento, dovrebbe incassare circa dieci milioni di euro. Negli ultimi dieci anni soltanto nove film hanno superato la soglia dei due milioni di euro. Cinque film oscillano fra i due e i tre milioni di euro e quattro superano i tre milioni di euro.
I campioni d’incasso degli ultimi dieci anni, sono: “Va dove ti porta il Cuore”, di Cristina Comencini, “I cento passi”, di Marco Tullio Giordana, “Vajont” di Renzo Martinelli e “Prendimi l’anima” di Roberto Faenza. Tutte le altre centinaia di film finanziati dallo Stato incassano pochissimo o addirittura non escono in sala.

“Così ridevano” di Gianni Amelio, Leone d’oro a Venezia nel 1998, ha raccolto 1 miliardo e mezzo a fronte del 6 miliardo e 800 milioni ottenuti dallo Stato. “Tu ridi” dei Taviani, 800 milioni contro i quasi 6 miliardi di finanziamento. “La cena” di Ettore Scola solo 2 miliardi rispetto ai 7 ricevuti dal Dipartimento.
“Ti amo Maria”, debutto alla regia dell’attore Carlo delle Piane, finanziato con la cifra di 669 mila euro, incassò soli 6.800 euro. “Cartoni Animati”, del regista Franco Citti, finanziato con oltre un milione di euro, non è mai uscito al cinema. “Branchie”, distribuito all’epoca dalla Cecchi Gori, di Francesco Martinotti finanziato con oltre due milioni di euro, incassò 18 mila euro. “Film”, una commedia sul cinema di Laura Belli, con Laura Morante, finanziato con circa un milione di euro, incassò soltanto 11 mila euro. “Honolulu Baby” di Maurizio Nichetti, finanziato con due milioni 800 mila, incassò soltanto 44 mila euro.
In tempi recenti, l’esordio alla regia di Susanna Tamaro con “Nel mio amore”, finanziato con 2.380.000 euro, ha incassato 200.000 euro. “Volevo solo dormirle addosso”; finanziato con 2.124.000 euro, ha incassato il 25% del finanziamento erogato: 500.000 euro.

Di esempi ce ne sono centinaia tra le opere di registi famosi o sconosciuti. Tutti, hanno avuto un prestito del quale dovevano restituire obbligatoriamente solo il 30% e, nei casi delle opere prime, il 10%.
Per la quota restante, se il film non incassa, scatta il cosiddetto fondo di garanzia, ovvero la copertura dello Stato che acquisisce i diritti attraverso la banca che ha erogato il finanziamento. Negli ultimi dieci anni sono stati ammessi al finanziamento 352 film che hanno ricevuto in totale 1173 miliardi di vecchie lire.
La percentuale di rientro da parte del sistema cinema è stata circa del 20%.
Nell’80% dei casi i soldi non sono stati restituiti allo Stato.

A volte gli stessi produttori presentano budget gonfiati: chiedono dieci milioni di euro per opere che costano molto meno. Del resto l’ambiente del cinema è uno dei più creativi per antonomasia. Può succedere che per avere un finanziamento significativo, alcuni produttori indichino nel copione attori famosi a loro insaputa. Michele Placido lo racconta così:
“Una volta un regista mise il mio nome nel cast del suo film senza dirmelo. Quando lo seppi chiesi in giro e mi dissero che fare una cosa del genere era perfettamente legale. Cioè uno si alza la mattina e scrive ‘Marco Polo lo faccio interpretare da Michele Placido!’. Che posso dire, a me fa piacere che il regista abbia pensato a me però io certo non l’ho autorizzato. Se poi la legge lo autorizza a fare certi nomi, vuol dire che è legale. Nel film avrei addirittura dovuto recitare in coppia col mio amico Fabrizio Bentivoglio. Anche Fabrizio cadde dalle nuvole quando gli raccontai questa storia. Sono giochi strani. Ha chiesto otto milioni di euro? Glieli daranno pure ma gli attori non siamo noi. Se la legge funziona così allora io come prossimo film faccio ‘Vita e morte di Giulio Cesare’ con Robert De Niro e Dustin Hoffman e chiedo quaranta milioni di euro poi dico sai Bob non può… alla fine l’importante e che me ne restino una decina di milioni da gestire.”

Gli addetti ai lavori, registi e attori si difendono sostenendo che il flop al botteghino è dovuto alla distribuzione. La colpa sarebbe delle due grandi piovre, Medusa, ovvero Fininvest, e Rai Cinema che, in quanto principali sbocchi televisivi, monopolizzano la distribuzione e, di conseguenza la produzione dei lungometraggi. Attualmente la realtà cinematografica in Italia vede l’uscita di 400 film nuovi ogni anno: 100 sono di nazionalità italiana e di questi 100 film solo 20 riescono ad incassare.
Tutto il resto è perdita, film che non incassano né in Italia, né all’estero, che non sono validi per l’home video e non vengono nemmeno acquistati dalla televisione per cui rimangono come prodotti inutilizzati. Prodotti inutili che non verranno mai visti.

Perché il mercato italiano non è in grado di assorbire un numero così elevato di film. In Italia viene distribuito lo stesso numero di film che si distribuiscono negli Stati Uniti, con l’unica differenza, che in Italia abbiamo poco più di 3.000 schermi sui quali proiettare i nostri film mentre negli Stati Uniti ci sono 45.000 sale.
Nel 2003 la commissione cinema ha approvato 69 film di interesse culturale nazionale più 40 opere prime: 130 film prodotti nello stivale per il mercato italiano sono veramente troppi.

Inoltre il finanziamento pubblico è orientato verso i vincitori che, oltre a ricevere contributi a Fondo perduto, incassano un bonus per aver sbancato i botteghini: ad esempio, un film che ha incassato 10 milioni di euro riceve un premio di 2 milioni dallo Stato. Nel 2002 lo Stato ha erogato, sotto forma di contributi automatici agli incassi, più di 20 milioni di euro. Di questi, quasi 4 milioni sono andati a “Così è la vita” film di Aldo, Giovanni e Giacomo e alla casa di produzione Medusa. Inutile dire che al cinema vincono sempre le commedie e i film di Natale di Boldi e De Sica che non sono propriamente opere d’arte.

E il paladino Roberto Benigni? Anche il comico toscano ricevette un cospicuo finanziamento dallo Stato: 5 milioni di euro per realizzare lo squallido “Pinocchio” dopo che “La vita è bella” si era consacrata come il maggior incasso della storia del cinema in Italia, con quel che ne consegue in termini di bonus statali ed introiti al botteghino. Ma Benigni s’indigna per il taglio ai fondi perché gli italiani sono un popolo di santi, poeti, navigatori e cineasti, e infarcisce la sua partecipazione alla protesta con frasi demagogiche prive di significato e di un oggetivo riscontro:
“Il mondo dello spettacolo è un mondo spettacolare e quindi bisogna fare spettacolo anche nei momenti peggiori, e noi spettacolarizziamo! Che ci diano questi fondi, e noi ve li ridiamo centuplicati in bellezza e storia!”
Peccato che semplicemente confrontando sul sito del Ministro per i Beni Culturali le relazioni, dal 1995 al 2003 (anche se dal 1997 sono dettagliati i rapporti sui finanziamenti ai singoli film), sulla utilizzazione del Fondo Unico per lo Spettacolo ci si possa rendere conto che negli ultimi dieci anni gli sprechi nel mondo del cinema sono stati ingenti. Per evitare una tediosa lettura e ricerca delle cifre nelle centinaia di pagine delle relazioni, ho riportato sinteticamente la lista, anno per anno, delle principali opere finanziate dallo Stato durante le reggenze dei ministri Veltrioni, Melandri e Urbani.
Non troverete da nessuna altra parte una lista di sperperi più grande di quella riposta nelle seguenti righe: film immondi che hanno incassato poche migliaia di euro a fronte di milioni erogati a fondo perduto dallo Stato.
In grassetto i film soggetti a fondo di garanzia che avrebbero dovuto restituire solo il 30 % del finanziamento ricevuto e che nella maggior parte dei casi non sono riusciti nell’impresa.

 

Per i rapporti sulla utilizzazione del Fondo Unico per lo Spettacolo
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