Compagni di Merenda


Riportiamo fedelmente l’articolo del 15 Luglio 2008 di Libero.it:

Fisco, tocca alla Ventura

Verifiche della Guardia di Finanza di Milano: “Sottratti alle tasse redditi per un milione”

Avrà sicuramente altro per la testa, al momento: tra isole dei famosi, dirette della domenica, e un’intensa nuova stagione televisiva alle porte. Ma qualche guaio col Fisco rischia di offuscare le vacanze (dorate) della Ventura e il suo clan. La Guardia di Finanza non va in ferie, e infatti in questi giorni quella di Milano ha bussato alla porta di SuperSimo per delle verifiche. Stando a quanto riferisce oggi il Corriere della Sera, alla conduttrice sarebbe poi stato contestato di non aver dichiarato ai fini dell’Irpef 57mila euro ai quali aggiungere altri 138mila euro che non potevano essere dedotti. Tra questi, bicchieri, tappeti per bambini, mobili per la cucina, cure termali, il noleggio di un elicottero, la costruzione di una piscina, la ristrutturazione della casa.

Quanto ai redditi non dichiarati, «sono rappresentati dagli orologi che ha ricevuto da un’azienda con la quale aveva un contratto e che, invece, dovevano essere segnalati come compensi in natura». Tra le altre magagne emerse dalla verifica, in relazione alle due società della conduttrice, la Ventidue srl e l’Immobiliare Ventiquattro, costi per 1,1 milioni non sufficientemente documentati, spese per piscina e elicottero, cure termali e leasing che non potevano essere dedotti, nonché una mancata dichiarazione di un reddito minimo presunto.

Ma la Ventura è in buonissima compagnia. Questa primavera erano finiti nel mirino della Fiamme Gialle i suoi (ormai ex) stilisti di riferimento: Domenico Dolce e Stefano Gabbana, indagati dalla procura di Milano per evasione fiscale. Tra il 2004 e il 2006 avrebbero sottratto all’erario un imponibile di 259 milioni di euro, tradotti in tasse 90 milioni non versati. Anche la sempre bellissima Ornella Muti ha fatto qualche pasticcio con la residenza a Montecarlo. E chi non ricorda l’evasore dell’anno? Dopo aver trovato un accordo con il Fisco, il campione di motociclismo Valentino Rossi. ha dovuto sborsare 35 milioni di euro per gli anni che vanno dal 2001 al 2006.

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Romano quanto sentiamo la tua mancanza. Non abbiamo più nessuno su cui infierire! Nessuno che ci faccia ridere a crepapalle. Per fortuna Fabio Fazio sta facendo progressi e ieri a sorpresa ha dichiarato: “il mio (Che tempo che fa) è un programma CULTURALE e non politico”. E poi dicono che eri tu ad avere la faccia di bronzo!
Comunque, visti i guadagni della Littizzetto, grazie alla soffiata sul web di Visco e company, il programma di Fazio più che di politica o cultura ci sembra di …. ALTA FINANZA!!!!

Hahahhahha, che incubo. Sono sempre a carico del nostro portafoglio! Peccato che è stato bannato il DDT, avremmo potuto provare una strada alternativa. Chissà …..

Articolo di LiberoBlog del 28 Aprile 2008:

Trombati di lusso

Hanno perso le elezioni ma riceveranno vitalizi e liquidazioni da favola

Interessante copertina quella dell’ultimo numero di Panorama. Già dal titolo e dalle immagini (Trombati & Rimborsati e sullo sfondo a tutta pagina le foto di Pecoraro Scanio, Bertinotti e De Mita) lasciano presagire che sfogliando il settimanale arriveranno solo nuovi crampi allo stomaco e parecchie smorfie di indignazione. Angela Bianchi e Laura Maragnani hanno infatti compilato una lista di tutti i perdenti di queste ultime elezioni scoprendo che potranno usufruire di una vecchia norma risalente agli anni ’80: con 20 anni di contributi, prescindere dall’età, potranno infatti ricevere una “dignitosa” pensione. L’importante è essere stati eletti prima del 2001. Come dire: trombati sì, ma col portafoglio bello gonfio.

Alcuni esempi? Fausto Bertinotti (Sinistra Arcobaleno)riceverà 7mila 959 euro lordi al mese, Alfonso Pecoraio Scanio (Sinistra Arcobaleno) 8mila 836, Antonio Martusciello (FI), il più giovane ex parlamentare e futuro pensionato dello Stato, 7mila 959, Ciriaco De Mita (Rosa bianca), Paolo Cirino Pomicino (DC) e 9mila363,

Senza considerare poi le liquidazioni che intascheranno: Clemente Mastella (Udeur) prenderà 307mila e 328 euro, Alfredo Biondi (FI) 278mila 516, Luciano Violante (Pd) 271mila 527, Angelo Sanza (Udc) 337mila 068 eurini.

Cosa dire, poi, sui contributi per gli autonomi? Su Destradipopolo.net si legge: «C’è poi chi parla sempre di “legalità”, fa lo sponsor ai “grillini”, rappresenta il disinteresse impersonificato…si è alleato con Pd per i “programmi” ricordate? Parliamo di Antonio Di Pietro, ovvio: era talmente disinteressato il suo “matrimonio” con il Pd che, una volta eletti i propri parlamentari, l’Idv fa gruppo a parte, venendo meno a un impegno di “unità”…Vi arrovellate sulle profonde motivazioni politiche o programmatiche che lo hanno portano a tale scelta? Non perdete il sonno: sapete quanto prenderà come Gruppo autonomo, tra finanziamento pubblico e contributi del Parlamento, il buon Di Pietro? La bellezza di 25 milioni di euro, ovvero 50 miliardi di vecchie lire… tra un po’ qualcosa ci dice che toccherà ai Radicali… stanno facendo giusto due conti se gli conviene o meno».

Fortuna che si tratta di un privilegio che sta piano paiano scomparendo. Dal 2001, infatti, le regole stanno un po’ cambiando: se prima il vitalizio scattava a 60 anni d’età se si aveva alle spalle una legislatura, a 55 con due legislature e 50 con tre e a qualsiasi età con 20 anni di contributi (da sottolineare: gli anni mancanti si possono anche riscattare rateizzando la cifra da pagare), per gli eletti dopo il 2001 il vitalizio scatterà a 65 anni con un legislatura, a 60 anni con due legislature e chi sarà eletto a partire dal 2006 non potrà più riscattare i contributi se la legislatura dura meno di 30 mesi (e chissà se questo termine temporale è stato calcolato sulla base della durata media dei nostri governi). Infine per gli eletti dal 2008 oltre ed essere stato eliminato il riscatto dei contributi la legge prevede che il vitalizio verrà calcolato in base agli anni effettivi di mandato e non è cumulabile con altri incarichi pubblici assunti dopo il 1 gennaio 2008. Cioè: le modifiche nel 2007 sono state introdotte, ma per quelli che verranno!

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Una volta avevano le piscine (Berlinguer, Lama, ….) adesso hanno le barche (D’Alema, Benigni, Amendola, …..). Sarà l’evoluzione ideologica delle specie …..

Comunque il discorso di Amendola non fa una grinza. Uno guadagna i soldi onestamente e li spende come preferisce …..
Ma vorrei rispondergli un compagno dei tempi passati: “spiegaci, come mai, tu guadagni in poche ore quello che un professore laureato in ingegneria guadagna in un mese di insegnamento!”

L’articolo che segue è tratto da Libero.it del 18 aprile 2008

«Sono rosso, ma glamour»

Claudio Amendola, che non ha mai nascoto la sua fede politica, si regala una barca da 4 milioni di euro: «In passato? Mai votato PCI, PDS o DS. Sempre Democrazia proletaria, Rifondazione»

«Essere ricchi non è una colpa». Con queste parole l’attore romano Claudio Amendola, attualmente impegnato nelle riprese della terza serie de “I Cesaroni”, cerca di giustificare l’ultima sua “follia”. Ovvero i circa quattro milioni di euro spesi per acquistare la barca dei suoi sogni. Un Southern Wind di 80 piedi (24 metri) varato in Sudafrica dai cantieri del genovese Willy Persico.

Così a Portofino, in occasione del Trofeo Aurora Assicurazioni, il popolare attore si è visto contestare il fatto di fare spese che poco si conciliano con uno che in passato aveva dichiarato: «ho sempre votato Democrazia proletaria, Rifondazione, mai Pc, mai Pds, mai Ds».

E al giornalista de “La Stampa” che gli chiede se non ci sia qualche contraddizione in questo, ricordandogli come fu messo in croce Massimo D’Alema solo per il fatto di possedere due barche (“Ikarus” 1 e 2), per giunta di un valore inferiore alla sua e acquistate in multiproprietà, risponde: «Io sono uno che lavora, che guadagna molto e che paga tutte le tasse. Verso allo Stato il 50 per cento. Ho la coscienza pulita e credo di avere il diritto di poter possedere una bella barca. Anzi, ne sono orgoglioso. I ricchi onesti non devono piangere». (Libero News)

Michele Santoro canta “Bella Ciao” in una puntata di Sciuscia’ del 2002.

E’ forse l’interpretazione sonora più pagata nonché la più stonata della storia della televisione italiana. Non poteva mancare nella nostra collezione.

Santoro nelle patetiche vesti del “perseguitato politico” ma sempre presente in TV e con contratti da nababbo finanche nelle reti del “Despota”.

Le banche che utilizzano i compagni di merenda per depositare i soldini che amorevolmente espropiano agli italiani con la politica, il sindacato, le coop esentasse, si trovano in molti paradisi fiscali del mondo. Lussemburgo in primis. Ma anche le banche di San Marino hanno un ruolo importante sia per quanto riguarda i depositi stabili che per gli eventuali trasferimenti all’estero, verso qualsiasi destinazione. Non esiste dogana ed eventuali controlli della guardia di finanza non prevedono perquisizioni personali. Tutto facile. Senza rischio. Leggere l’articolo di seguito per approfondire la questione.

San Marino, paradiso fiscale della Romagna

Il segreto bancario più impenetrabile d’Europa non è custodito dalle vette delle Alpi svizzere, ma dalle colline dietro a Rimini. È qui, nell’antica Repubblica di San Marino, che i capitali che non amano i riflettori possono dormire sonni tranquilli: per fare un esempio, i giudici italiani possono avere notizie sui conti correnti aperti sulla vetta del monte Titano, ma solo se hanno informazioni di reato notevolmente gravi su una persona o una società. E i reati fiscali non sono tra questi, ci fanno sapere da Banca Asset, una banca fondata da un giovane sportellista della Banca Agricola Commerciale. Il funzionario dà anche qualche consiglio pratico a chi volesse approfittare della riservatezza degli istituti di credito del Paese, dove chiunque può aprire un conto presentandosi con qualsiasi cifra in contanti. La dogana non c’è, ed è molto improbabile che la Guardia di finanza si metta a far posti di blocco sull’A14, l’autostrada del mare delle famiglie italiane.
Ma anche se fosse, il funzionario avvisa che «la Guardia di finanza può ispezionare l’auto, le borse e i bagagli, ma non può fare perquisizioni personali. Noi consigliamo di tenere il denaro addosso». E una volta al sicuro nelle banche della Repubblica, il denaro può partire senza che lo sappia nessuno verso qualsiasi destinazione, paradisi fiscali off-shore compresi.
Chiaro che tanta accoglienza può far venire qualche idea in testa anche a personaggi molto equivoci o delinquenti veri, tutta gente che non è la benvenuta nell’«antica terra della libertà», come ama definirsi la Repubblica romagnola. «Da noi vige il segreto bancario, ma osserviamo con molta attenzione le segnalazioni della polizia su società e personaggi sospetti. E, nel caso sia coinvolto un nostro cliente, interveniamo», assicurano da Banca Asset.
Insomma segreto sì, connivenza certamente no. Un mix che attira capitali ingenti, la raccolta diretta e indiretta è oggi pari a 13,5 miliardi di euro, come a dire 400mila euro per ognuno dei 30mila abitanti di San Marino. Se a questo aggiungiamo che la burocrazia è ridotta all’osso, e la piccola dimensione del Paese rende facile dialogare di persona con le autorità di vigilanza e i politici, si capisce come San Marino abbia le carte in regola per attrarre i capitali italiani e non solo. E cullare un sogno, come racconta Antonio Valentini, presidente delola Banca Centrale della Repubblica di San Marino: «Ci siamo dotati di una normativa antiriciclaggio secondo gli standard mondiali. Non vogliamo più essere considerati un piccolo fastidio da parte dell’Italia. Anzi, vogliamo dimostrare di essere un’opportunità, possiamo riavvicinare all’Italia capitali che attualmente sono molto lontani. E questo potrà avvenire se realizzeremo un centro finanziario internazionale credibile».

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29/11/2007

Quando si commentano i contratti RAI dei compagni, da Celentano a Santoro, ci ricordano che in toto o almeno in parte le spese sono coperte dagli introiti pubblicitari. La solita disonestà intellettuale dei compagneros. Ma, se al posto dei noti programmi politiccizzati si mettesse semplicemente un intervallo con le pecorelle non credete che la RAI incasserebbe lo stesso con degli spot pubblicitari? Ed normale viste le spese che l’azienda deve comunque affrontare per la programmazione e la diffusione.

Intanto leggetevi questo articolo su Santoro apparso il 9 Novembre 2007 su Libero.

Santoro coperto d’oro

Il conduttore di “Annozero” guadagna quasi 700mila euro all’anno: c’è chi grida allo scandalo

La sua esclusione dai palinsesti Rai aveva scatenato il finimondo. Il suo reintegro rischia di generare più di un mal di pancia. E stavolta non per l’etichetta di giornalista scomodo che si porta appresso, ma per lo stipendio faraonico che percepisce dalla tv di Stato. Michele Santoro intasca circa 700mila euro all’anno tra busta paga e altre voci legate alla sua attività giornalistica. Per l’esattezza 684mila euro (dati del 2007) tra i 266mila derivanti dalla condizione di contrattualizzato a tempo indeterminato con qualifica di direttore, dai 315mila frutto dei 10.500 euro per ciascuna delle puntate di “Annozero” – che a fine anno saranno una trentina, tra quelle della prima parte del 2007 e quelle invece del periodo settembre-dicembre di quest’anno – e dal premio, il cosiddetto MBO, di 103mila euro per gli obiettivi (di share o di pubblicità portata all’azienda).

Sperpero? Soldi pubblici spesi a vanvera? Non esattamente. L’ingente esborso per la Rai si traduce in un buon guadagno, stimato intorno ai 2 milioni di euro a stagione, che è l’ammontare risultante dalla differenza tra i costi complessivi di “Annozero” (7,2 milioni) e gli incassi derivanti dalla pubblicità (9,2 milioni all’anno, 278mila a puntata).

Questi i numeri snocciolati alla Commissione di Vigilanza da Pier Luigi Malesani, direttore delle relazioni istituzionali Rai, nel corso del “question time” richiesto dal segretario della commissione Antonio Satta (dell’Udeur, il partito di Mastella, uno dei bersagli preferiti di Santoro…). Numeri importanti che fanno il paio con i 52mila euro ogni ora di trasmissione di “Ballarò”, che comunque dicono dalla Rai sono pienamente coperti dagli introiti derivanti dalla pubblicità. Numeri ben al di sopra di quel tetto massimo di 274mila euro di stipendio per i dipendenti degli enti a partecipazione statale, previsti dalla Finanziaria. Un tetto contro il quale il mondo dello spettacolo è intenzionato a far sentire la sua voce: solo pochi giorni fa Pippo Baudo aveva tuonato: “Bloccare gli stipendi di artisti e manager è un concetto qualunquista, un atteggiamento da irresponsabili… è veterocomunismo”. Di opinione ben diversa alcune associazioni di telespettatori, tra cui l’Aiart che ha chiesto il congelamento del canone. (Libero News)

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Riportiamo integralmente un articolo apparso sul Blog Camelotdestraideale il 27 Gennaio 2007. Potete leggere gli interessanti commenti a questa pagina

E Massimo D’Alema fa assumere suo fratello da Livia Turco
Per carità: per essere bravo è bravo D’Alema.

Come riesce a lui di parlare di aria fritta, facendola sembrare la trattazione più colta e intelligente al mondo, non riesce davvero a nessuno.

D’altra parte è uno statista, lui. Sì, l’unico statista italiano con la sola maturità classica.

Che volete: nemmeno la laurea in filosofia è riuscito a prendersi.

Ma che vuol dire?

Mica da queste cose si giudica un politico.

Né tanto meno lo si giudica per il fatto di non aver mai lavorato un giorno.

E ancor di meno per il fatto di aver avuto vissuto per anni in una casa di proprietà dell’Inps, di ben 200 metri quadrati, e per la quale lui pagava un fitto “ad equo canone”: peccato che la casa, per legge, dovesse andare a qualche povero cristo indigente. E non già ad un parlamentare che guadagna 20.000 euro al mese.

Ma che vuol dire?

Mica è da questi illeciti che si giudica un politico di sinistra. E per di più con vezzi da statista.

E poi che cosa è mai ‘sta storia di fare le pulci ai politici di sinistra?

Le pulci le si fanno ai politici di destra: che sennò quelli di sinistra come fanno a coglionare i propri elettori, facendo credere loro di essere “buoni e giusti”?

Sicchè, e giusto per rimanere in tema, il buon D’Alema ha pensato bene di esercitare il suo fascino di statista, per far assumere dalla sua protetta – Livia Turco – il proprio fratellino: Marco D’Alema.

Il quale, per volontà del lìder maximo, essendo un primario di psichiatria a Frascati, è stato assunto come consulente – e dietro lauto compenso, ovviamente – al Ministero della Salute.

Poi dice che è morto il socialismo.

Ma se D’Alema si comporta come un qualsiasi craxiano!

Mentre in Italia imperversano le polemiche sulla finanziaria di Prodi, noi vogliamo ricordare una polemica in corso un anno fa quando era il centrosinistra che protestava compatto contro i tagli dei contributi statali al cinema operati dalla finanziaria di Berlusconi.

Riportamo un articolo pubblicato su un blog apparso su Libero.it incentrato su tutti i miracolati che hanno usufruito dei contributi a cominciare dal noto comico toscano.

 

 

E l’Oscar della vergogna va a… Robberto!

 
Benigni si indigna per i tagli dei finanziamenti al cinema italiano, eppure il comico toscano ha intascato ben 5 milioni di euro per realizzare lo squallido “Pinocchio”
 
 
 di Giordano

La Legge Finanziaria varata la scorsa settimana dal Consiglio dei Ministri, e ora all’esame del Parlamento, ha stabilito un taglio al Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) di circa 164 milioni di euro all’anno, per i prossimi tre anni. Il finanziamento del FUS scende così a circa 300 milioni di euro l’anno. I finanziamenti al cinema scendono di conseguenza da 84 a 50 milioni di euro.

Nella giornata di venerdì 15 settembre, per protesta contro il provvedimento di Tremonti, i teatri e i cinema sono rimasti chiusi per 24 ore e attori, registi, cantanti e musicisti hanno scioperato. Curiosamente sono state chiuse anche le sale di proprietà del capo del governo (targate Medusa, 120 schermi in tutta Italia) e le anteprime in uscita, programmate proprio per venerdì, sono slittate di un giorno. Tra queste, anche l’atteso “La tigre e la neve” di Roberto Benigni che si è posto subito come paladino a difesa della nobile arte che egli stesso rappresenta.
Le ragioni degli addetti ai lavori che operano nelle arti istantanee, come il teatro, il balletto o l’opera, hanno tutta la mia comprensione essendo anch’io un musicista praticante, consapevole delle difficoltà cui vanno incontro i miei “colleghi”. Comprendo meno tutti coloro che s’indignano per i tagli al cinema. Tagli operati ad un meccanismo inutile e perverso come il finanziamento pubblico ai film italiani.

I finanziamenti pubblici al cinema nascono nel ’65 con lo scopo di dare un sostegno all’esordiente di talento coprendo il 90% delle spese di realizzazione. Il film ha l’obbligo di restituire i soldi solo se raggiunge la cifra al botteghino. La legge stabiliva che si potessero finanziare fino ad un massimo di 20 opere prime. Non c’è mai stato un anno in cui i lavori meritevoli fossero di meno. Nel ’94 autori e produttori hanno chiesto di allargare il finanziamento anche a film che, secondo una commissione di esperti nominata dal Ministro per i beni culturali, possano essere di interesse culturale nazionale. In questa categoria non è più stabilito un limite nella scelta delle opere.

Ogni anno in Italia sono circa 30 i film finanziati con denaro pubblico che non escono in sala. Molto spesso, in corrispondenza di questi 30 film, vengono create 30 società che falliscono alla fine della realizzazione. I finanziamenti dovrebbero incoraggiare i giovani registi e gli esordienti ma spesso i soldi dello Stato vanno anche a registi famosi, come Scola, Tinto Brass, Monicelli, Dario Argento, Nina Wertmuller, Antonioni, o Pupi Avati.

Un film costa mediamente 3 milioni di euro e il produttore incassa il 27% del prezzo del biglietto. Il film, per ripianare il finanziamento, dovrebbe incassare circa dieci milioni di euro. Negli ultimi dieci anni soltanto nove film hanno superato la soglia dei due milioni di euro. Cinque film oscillano fra i due e i tre milioni di euro e quattro superano i tre milioni di euro.
I campioni d’incasso degli ultimi dieci anni, sono: “Va dove ti porta il Cuore”, di Cristina Comencini, “I cento passi”, di Marco Tullio Giordana, “Vajont” di Renzo Martinelli e “Prendimi l’anima” di Roberto Faenza. Tutte le altre centinaia di film finanziati dallo Stato incassano pochissimo o addirittura non escono in sala.

“Così ridevano” di Gianni Amelio, Leone d’oro a Venezia nel 1998, ha raccolto 1 miliardo e mezzo a fronte del 6 miliardo e 800 milioni ottenuti dallo Stato. “Tu ridi” dei Taviani, 800 milioni contro i quasi 6 miliardi di finanziamento. “La cena” di Ettore Scola solo 2 miliardi rispetto ai 7 ricevuti dal Dipartimento.
“Ti amo Maria”, debutto alla regia dell’attore Carlo delle Piane, finanziato con la cifra di 669 mila euro, incassò soli 6.800 euro. “Cartoni Animati”, del regista Franco Citti, finanziato con oltre un milione di euro, non è mai uscito al cinema. “Branchie”, distribuito all’epoca dalla Cecchi Gori, di Francesco Martinotti finanziato con oltre due milioni di euro, incassò 18 mila euro. “Film”, una commedia sul cinema di Laura Belli, con Laura Morante, finanziato con circa un milione di euro, incassò soltanto 11 mila euro. “Honolulu Baby” di Maurizio Nichetti, finanziato con due milioni 800 mila, incassò soltanto 44 mila euro.
In tempi recenti, l’esordio alla regia di Susanna Tamaro con “Nel mio amore”, finanziato con 2.380.000 euro, ha incassato 200.000 euro. “Volevo solo dormirle addosso”; finanziato con 2.124.000 euro, ha incassato il 25% del finanziamento erogato: 500.000 euro.

Di esempi ce ne sono centinaia tra le opere di registi famosi o sconosciuti. Tutti, hanno avuto un prestito del quale dovevano restituire obbligatoriamente solo il 30% e, nei casi delle opere prime, il 10%.
Per la quota restante, se il film non incassa, scatta il cosiddetto fondo di garanzia, ovvero la copertura dello Stato che acquisisce i diritti attraverso la banca che ha erogato il finanziamento. Negli ultimi dieci anni sono stati ammessi al finanziamento 352 film che hanno ricevuto in totale 1173 miliardi di vecchie lire.
La percentuale di rientro da parte del sistema cinema è stata circa del 20%.
Nell’80% dei casi i soldi non sono stati restituiti allo Stato.

A volte gli stessi produttori presentano budget gonfiati: chiedono dieci milioni di euro per opere che costano molto meno. Del resto l’ambiente del cinema è uno dei più creativi per antonomasia. Può succedere che per avere un finanziamento significativo, alcuni produttori indichino nel copione attori famosi a loro insaputa. Michele Placido lo racconta così:
“Una volta un regista mise il mio nome nel cast del suo film senza dirmelo. Quando lo seppi chiesi in giro e mi dissero che fare una cosa del genere era perfettamente legale. Cioè uno si alza la mattina e scrive ‘Marco Polo lo faccio interpretare da Michele Placido!’. Che posso dire, a me fa piacere che il regista abbia pensato a me però io certo non l’ho autorizzato. Se poi la legge lo autorizza a fare certi nomi, vuol dire che è legale. Nel film avrei addirittura dovuto recitare in coppia col mio amico Fabrizio Bentivoglio. Anche Fabrizio cadde dalle nuvole quando gli raccontai questa storia. Sono giochi strani. Ha chiesto otto milioni di euro? Glieli daranno pure ma gli attori non siamo noi. Se la legge funziona così allora io come prossimo film faccio ‘Vita e morte di Giulio Cesare’ con Robert De Niro e Dustin Hoffman e chiedo quaranta milioni di euro poi dico sai Bob non può… alla fine l’importante e che me ne restino una decina di milioni da gestire.”

Gli addetti ai lavori, registi e attori si difendono sostenendo che il flop al botteghino è dovuto alla distribuzione. La colpa sarebbe delle due grandi piovre, Medusa, ovvero Fininvest, e Rai Cinema che, in quanto principali sbocchi televisivi, monopolizzano la distribuzione e, di conseguenza la produzione dei lungometraggi. Attualmente la realtà cinematografica in Italia vede l’uscita di 400 film nuovi ogni anno: 100 sono di nazionalità italiana e di questi 100 film solo 20 riescono ad incassare.
Tutto il resto è perdita, film che non incassano né in Italia, né all’estero, che non sono validi per l’home video e non vengono nemmeno acquistati dalla televisione per cui rimangono come prodotti inutilizzati. Prodotti inutili che non verranno mai visti.

Perché il mercato italiano non è in grado di assorbire un numero così elevato di film. In Italia viene distribuito lo stesso numero di film che si distribuiscono negli Stati Uniti, con l’unica differenza, che in Italia abbiamo poco più di 3.000 schermi sui quali proiettare i nostri film mentre negli Stati Uniti ci sono 45.000 sale.
Nel 2003 la commissione cinema ha approvato 69 film di interesse culturale nazionale più 40 opere prime: 130 film prodotti nello stivale per il mercato italiano sono veramente troppi.

Inoltre il finanziamento pubblico è orientato verso i vincitori che, oltre a ricevere contributi a Fondo perduto, incassano un bonus per aver sbancato i botteghini: ad esempio, un film che ha incassato 10 milioni di euro riceve un premio di 2 milioni dallo Stato. Nel 2002 lo Stato ha erogato, sotto forma di contributi automatici agli incassi, più di 20 milioni di euro. Di questi, quasi 4 milioni sono andati a “Così è la vita” film di Aldo, Giovanni e Giacomo e alla casa di produzione Medusa. Inutile dire che al cinema vincono sempre le commedie e i film di Natale di Boldi e De Sica che non sono propriamente opere d’arte.

E il paladino Roberto Benigni? Anche il comico toscano ricevette un cospicuo finanziamento dallo Stato: 5 milioni di euro per realizzare lo squallido “Pinocchio” dopo che “La vita è bella” si era consacrata come il maggior incasso della storia del cinema in Italia, con quel che ne consegue in termini di bonus statali ed introiti al botteghino. Ma Benigni s’indigna per il taglio ai fondi perché gli italiani sono un popolo di santi, poeti, navigatori e cineasti, e infarcisce la sua partecipazione alla protesta con frasi demagogiche prive di significato e di un oggetivo riscontro:
“Il mondo dello spettacolo è un mondo spettacolare e quindi bisogna fare spettacolo anche nei momenti peggiori, e noi spettacolarizziamo! Che ci diano questi fondi, e noi ve li ridiamo centuplicati in bellezza e storia!”
Peccato che semplicemente confrontando sul sito del Ministro per i Beni Culturali le relazioni, dal 1995 al 2003 (anche se dal 1997 sono dettagliati i rapporti sui finanziamenti ai singoli film), sulla utilizzazione del Fondo Unico per lo Spettacolo ci si possa rendere conto che negli ultimi dieci anni gli sprechi nel mondo del cinema sono stati ingenti. Per evitare una tediosa lettura e ricerca delle cifre nelle centinaia di pagine delle relazioni, ho riportato sinteticamente la lista, anno per anno, delle principali opere finanziate dallo Stato durante le reggenze dei ministri Veltrioni, Melandri e Urbani.
Non troverete da nessuna altra parte una lista di sperperi più grande di quella riposta nelle seguenti righe: film immondi che hanno incassato poche migliaia di euro a fronte di milioni erogati a fondo perduto dallo Stato.
In grassetto i film soggetti a fondo di garanzia che avrebbero dovuto restituire solo il 30 % del finanziamento ricevuto e che nella maggior parte dei casi non sono riusciti nell’impresa.

 

Per i rapporti sulla utilizzazione del Fondo Unico per lo Spettacolo
clicca qui